Il suono «grave» dei bresciani? Una questione di dettagli
01 February 2007
da: Giornale di Brescia, 1 febbraio 2007, p. 39.
di Giovanna Capretti

Un nome, quello di Giovanni Paolo Maggini, che ora grazie al rinvenimento di nuovi documenti acquista ulteriore concretezza. Uno strumento, la viola da lui costruita nel ’600, che appartenne al celebre Dino Asciolla, scomparso nel 1994 e considerato tra i maggiori violisti italiani del Novecento. L’attuale proprietario Danilo Rossi, prima viola della Scala di Milano, che con la sua attività di concertista garantisce la vitalità dello strumento. Si muove sull’onda lunga del suono che da tre secoli esce dai preziosi strumenti realizzati dai liutai bresciani, la mostra commissionata all’associazione Nuove Settimane Barocche dall’Amministrazione provinciale, che dal 9 giugno all’8 luglio sarà allestita a Palazzo Martinengo.
Una riscoperta della scuola liutaia bresciana, che tra Cinque e Seicento con nomi quali Maggini, al quale è intitolata la mostra, ma anche il suo maestro Gasparo da Salò, Giacomo Virchi, Pellegrino e Zanetto da Montichiari, Gian Battista e Pietro Giacomo Rogeri, affiancò quella cremonese degli Amati e degli Stradivari. E un viaggio attraverso “secoli di dettagli”, come recita il sottotitolo scelto per l’esposizione: particolari all’apparenza insignificanti come il disegno di un ricciolo o il taglio di una “effe” sullo strumento, la datazione precisa del legno attraverso gli studi di dendrologia, o la vibrazione più cupa del suono, che solo l’orecchio più attento riesce a cogliere, ma che insieme rappresentano una cifra stilistica apprezzata per secoli dagli intenditori di tutto il mondo.
E da tutto il mondo arriveranno gli strumenti bresciani – una trentina – che saranno esposti in una mostra: oltre alla viola Maggini di proprietà di Danilo Rossi, e al contrabbasso già nella collezione del conservatorio “Venturi” e ora in quella dei Civici Musei (era esposto in Santa Giuia, nella sezione ora smantellata per far posto alle mostre), potrebbero arrivare – si stanno concludendo gli accordi in queste settimane – due o tre strumenti, tra cui una bella viola da braccio della metà del Cinquecento di Zanetto da Montichiari, dal National Museum of Music del South Dakota (Usa); dalla Chi Mei Foundation di Taiwan, un colosso chimico che sta raccogliendo meticolosamente tutti gli esempi di antica liuteria italiana, potrebbe giungere un quartetto completo firmato da Maggini, ossia due violini, una viola e un violoncello; si tratta con il Kunsthistorisches Museum di Vienna per una cetera a pizzico del ’500 di Gerolamo Virchi, riccamente intagliata, decorata e dipinta, giunta nelle collezioni austriache attraverso un’acquisizione dell’imperatore Ferdinando II; sempre dall’Austria, dalla Banca Nazionale, potrebbe arrivare una viola Maggini; a Milano la fondazione Pro Canale onlus, che si occupa tra l’altro di progetti internazionali a sostegno dell’Unicef, possiede una viola Maggini ed un violoncello Rogeri, attualmente dato in uso ad Enrico Dindo… Proprio il fatto che molti di questi strumenti sono in mano a concertisti, rende ulteriormente difficile, e per questo eccezionale, la loro esposizione: per un musicita è difficle privarsi del proprio strumento per un tempo troppo prolungato.
La mostra è concepita per il grande pubblico, non solo per gli appassionati, spiega Filippo Fasser, liutaio bresciano e coordinatore dell’esposizione accanto ai direttori artistici Emanuele Beschi e Francesco Lattuada, e specialisti quali John Dilworth, Carlo Chiesa, Charles Beare, Eric Blot, il bresciano Ugo Ravasio, Christopher Reuning, Duane Rosengard e John Topham. Una sfida che non si appoggerà sul luogo comune, ormai ampiamente superato dagli studi, della presunta rivalità tra Brescia e Cremona per la paternità del violino moderno (anzi, Cremona è stata coinvolta nella pubblicizzazione del progetto bresciano, sostenuto finanziariamente da Provincia e Banco di Brescia) ma sulla capacità di far conoscere ed apprezzare anche ai nostri giorni le qualità di una tradizione.
Nelle dodici sale di Palazzo Martinengo, gli strumenti saranno esposti in teche illuminate dalle quali uscirà il loro suono registrato, con un effetto da “prova d’orchestra” che accompagnerà il visitatore. L’allestimento, curato dall’architetto Antonio Gardoni, darà ampio spazio alle didascalie che sottolineeranno le caratteristiche anche materiali degli oggetti esposti: la sagoma della cassa armonica, le rifiniture (“i bresciani avevano il vezzo di ornare il bordo con un doppio filetto – spiega Filippo Fasser – ma sono cose da specialisti…”), la qualità del legno. Dettagli, appunto, sui quali si appoggiano però gli studi più avanzati, compresa l’analisi degli anelli del legno per determinarne l’esatta datazione delle tavole: questo esame ha consentito ad esempio di attribuire agli allievi di Maggini alcuni strumenti già ritenuti del maestro, ma sicuramente realizzati dopo la sua morte nel 1630. Sempre in mostra, alcuni video prestati da Rai Teche proporranno interviste a Dino Asciolla (una condotta nel ’72 da Renzo Arbore, un’altra degli anni ’80) all’opera con la sua viola Maggini, mentre un altro filmato presenterà Danilo Rossi che si esibisce sullo stesso strumento.
Nel mese di apertura della mostra, alcuni concerti su antichi strumenti bresciani o con programmi di musica di autori bresciani del Cinque e Seicento faranno rivivere la magia del suono. E scoprire, ad esempio, la predilezione tutta bresciana per gli strumenti dal suono “grave” come viola, contrabbasso e violoncello – a differenza dei cugini cremonesi costruttori di violini, strumenti “soprani” – come testimoniano anche le quotazioni di mercato: un violino bresciano antico può valere 200mila euro, mentre per una viola bresciana, la più ricercata dai solisti, si arriva a spendere anche 2-3 milioni di euro. Insomma, non semplici strumenti musicali, ma veri e propri gioielli.