1 luglio 2007
Domenica 1 luglio 2007, ore 10:45 - Palazzo Martinengo
(Brand 1873 - Lipsia 1916)
Suite in sol minore op. 131d n. 1
molto sostenuto - vivace, andantino - andante sostenuto - molto vivace
(Verviers 1820 - Mustapha, Algeri 1881)
Capriccio in do minore op. 55 n. 9
(Eisenach 1685 - Lipsia 1750)
Fantasia cromatica
(trascrizione di Zoltán Kodály)
Note di sala
Un filo rosso lega fra loro alcuni dei pezzi oggi in programma ed è quello dell’amore per il grande Johann Sebastian Bach. È infatti difficile non individuare immediatamente, ad esempio nella Suite n. 1 in sol minore op. 131d di Max Reger, un vero e proprio omaggio al genio musicale di Eisenach. Un omaggio della maturità musicale di Max Reger, che visse peraltro poco (nato nel 1873 moriva nel 1916) ma in compenso scrisse molto, soprattutto come organista (ed ecco sicuramente qui la motivazione, la radice del suo grande amore per Bach) e anche per numerose formazioni cameristiche. Reger, che a tutt’oggi risulta un personaggio, diciamo così, piuttosto modesto se non addirittura oscuro nella sua vita condotta in modo molto defilato, non si preoccupò più di tanto di ordinare e di pubblicare le sue partiture e dopo la sua morte se ne dovettero occupare Altmeyer e Stein, che redassero appunto il catalogo delle sue opere e s’imbatterono così anche nelle tre Suites per viola sola che costituiscono una delle ultime fatiche di Max Reger, composte poco prima della sua morte. La struttura è quadripartita: c’è un primo movimento in un tempo relativamente moderato, in questo caso un Molto sostenuto cui segue lo Scherzo del secondo tempo, quindi appare un movimento lento e per finire un tempo rapido, in forma di Perpetuum mobile. Si tratta di una composizione gradevole e dalle caratteristiche tecniche non eccessivamente complesse, che non vuol certo competere in difficoltà con le Suites per violoncello solo di Bach.
In un altro spazio, a un’altra atmosfera ci porta sicuramente il Capriccio in do minore op. 55 n. 9 di Henri François Joseph Vieuxtemps per il quale, rispetto a Max Reger dobbiamo tornare a un primo Ottocento popolato di artisti come Niccolò Paganini, un autore che tra l’altro Vieuxtemps incontrò personalmente, e artisti come Robert Schumann che paragonò il giovane violinista di origine belga… appunto a Paganini.
La carriera di Vieuxtemps fu anzitutto quella di un virtuoso al violino, prima che come compositore. Era un bambino prodigio, a sei anni suonava in pubblico un difficile Concerto di Pierre Rode. Fu così che venne notato dal violinista Charles de Beriot, che divenne suo maestro e che se lo portò a Parigi dove ebbe un successo semplicemente strepitoso; il suo nome è inoltre legato a un’artista grandiosa e incantevole, la cantante Maria Malibran che divenne sua moglie. Ma è nel segno di Paganini e del suo acceso virtuosismo che dobbiamo pensare a Vieuxtemps e al pezzo oggi presentato, che porta il significativo titolo di Capriccio. Si può essere d’accordo sul fatto che il pezzo non raggiunge le vette di difficoltà degli omonimi pezzi per violino solo di Paganini, ma ciò che si nota sicuramente è come questo brano sia disegnato sulle grandi capacità virtuosistiche del compositore-interprete. Forse proprio questa eccessiva personalizzazione ha fatto sì che le composizioni di Vieuxtemps siano state in qualche modo abbandonate per molto tempo prima di conoscere una rinascita, un rinnovato e tutto sommato recente interesse proprio per quelle caratteristiche speciali di elegante virtuosismo che ne avevano impedito una fortuna più costante. Il nostro mondo musicale deve molto a Vieuxtemps: in Russia, dove si stabilì dal 1846 al 1851 lavorando come musicista di corte per Nicola I e suonando da solista al Teatro Imperiale, fu proprio lui a fondare la scuola violinistica del Conservatorio di San Pietroburgo e a dare il suo grande contributo per la nascita della “Scuola russa” violinistica che tutti oggi conoscono.
L’ultimo brano in programma è la Fantasia cromatica e Fuga BWV 903 di Johann Sebastian Bach, un pezzo che gli studiosi fanno risalire alla permanenza del musicista a Cöthen, quindi fra il 1717 e il 1723. A lungo l’attribuzione del pezzo a Bach è stata messa in dubbio ma oggi le perplessità sembrano del tutto superate anche perché tutto il brano è improntato a quello straordinario spirito di sapiente improvvisazione che costituisce una caratteristica che Bach possedeva in misura grandiosa insieme a un gusto straordinario per la densità dell’armonia. Oltre alla specialissima trascrizione che ne fece Zoltàn Kodaly per la viola e che ascoltiamo oggi, di questa Fantasia esistono interpretazioni davvero memorabili anche al pianoforte, di Glenn Gould e di Claudio Arrau.
Luigi Fertonani