10 giugno 2007
Domenica 10 giugno 2007, ore 10:45 - Palazzo Martinengo
(Amburgo 1833 - Vienna 1897)
Sonata in mi bemolle maggiore per viola e pianoforte op. 120 n. 2
allegro amabile - appassionato, ma non troppo allegro - andante con moto - allegro
(Ciboure 1875 - Parigi 1937)
Pavane pour une infante défunte
(trascrizione per viola e pianoforte)
(Mar del Plata 1921 - 1992)
Le grand tango
Danilo Rossi, viola
Stefano Bezziccheri, pianoforte
Note di sala
L’estate del 1894 Johannes Brahms la trascorse nell’amata Ischl. Lì videro la luce le due Sonate op. 120 il cui originale era dedicato al clarinetto, come si capisce facilmente dalla dedica allo straordinario clarinettista dell’Orchestra di corte di Meiningen, l’allora notissimo Richard Mühlfeld. Composizioni che costituiscono in pratica il “testamento cameristico” di Johannes Brahms, che doveva morire soltanto due anni dopo.
Come le testimonianze del tempo ci rimandano, Mühlfeld giunse a Ischl alla fine del settembre di quello stesso 1894 per provare con Brahms le due Sonate ormai completate, anche perché era prevista – come molto spesso avveniva – un’audizione privata che si sarebbe tenuta di lì a poco in un palazzo di Berchtesgaden, residenza estiva della piccola corte ducale di Meiningen. La coppia di Sonate piacque molto e quindi l’op. 120 venne eseguita in varie riprese a Francoforte nel novembre di quello stesso 1894 e poi proposta al pubblico viennese nelle serate dell’8 e dell’11 gennaio 1895; alla fine di quello stesso mese riceveva la sua “consacrazione” nell’ambito di un concerto di musica da camera al Gewandhaus di Lipsia.
Un successo rapidissimo dunque, che attirò su queste pagine dal carattere meditativo e malinconico l’attenzione generale, e ben presto delle due Sonate vennero redatte varie trascrizioni, fra cui quella per viola e pianoforte peraltro prevista dallo stesso Brahms. Ma veniamo ora alle caratteristiche della Sonata op. 120 n. 2: l’apertura è con un Allegro amabile che segue la forma-sonata ma con tre temi principali cui si aggiungono, con un altro procedimento molto spesso ricorrente in Brahms, anche numerosi temi secondari. L’Allegro appassionato costituisce il secondo tempo della composizione; vi è presente una certa energia ma il carattere predominante che vi si può individuare è quello dell’intensità, dei sentimenti profondi. Il suo Trio centrale è costruito su un unico tema proposto dal pianoforte e ripreso quattro volte. A questo movimento, il più ampio dei tre, segue quello conclusivo della Sonata op. 120 n. 2: ed è un Andante con moto e la forma scelta è quella delle Variazioni sul tema di un canto popolare. Ma non ci si deve far ingannare dall’apparente semplicità iniziale di questo movimento: se le prime quattro Variazioni si limitano a “ornare” il tema con rapidi arpeggi e con sincopi la quinta, un Allegro in tonalità minore, esplora il tema in modo più intenso e intimo. E anche la conclusione, Più tranquillo, può essere a pieno titolo considerata una sesta e ultima Variazione prima dell’esuberante coda finale.
Come per la composizione brahmsiana, anche la Pavane pour une infante défunte di Maurice Ravel, grazie alla sua fama, ha conosciuto moltissime trascrizioni. La versione più nota al pubblico è quella per orchestra ma senza dubbio la versione per viola e pianoforte riesce a cogliere molto bene quel clima di malinconia e insieme di nobiltà che s’instaura fin dalle prime battute. L’elegante semplicità della composizione, la sua linearità ne fanno uno dei pezzi raveliani più conosciuti e amati dal vasto pubblico. Di questo celeberrimo pezzo è bene conoscere qualche dettaglio della “storia”: venne scritto nel 1899 per la principessa di Polignac, morta appunto giovanissima, e l’originale è per pianoforte solo; fu infatti Ricardo Viñes a eseguire il pezzo per la prima volta nel 1902 per la Société Nationale, mentre per l’orchestrazione raveliana che l’ha reso celebre si dovette aspettare il 1910. Un brano giustamente definito trasparente, nel suo incedere grave e ineluttabile.
Le Gran Tango del grande musicista argentino Astor Piazzolla, scomparso nel 1992, appartiene alle composizioni che riescono a fondere lo stile “porteño” e quello del tango “classico”, determinando il personalissimo stile di Astor Piazzolla.
Non per caso il compositore argentino ha voluto dedicare questo pezzo al compianto Mstislav Rostropovich: l’uso di uno strumento ad arco permette infatti di far risaltare in modo perfetto il costante dialogo col pianoforte, mantenendo nello stesso tempo le caratteristiche autentiche del tango.
Luigi Fertonani